Nelle PMI capita spesso che l’onboarding venga ridotto a una formalità. Una giornata di presentazioni, un paio di slide sulla storia dell’azienda, qualche documento da firmare. Poi si passa subito “al lavoro vero”. È un approccio comprensibile, soprattutto quando i ritmi sono serrati e le risorse limitate. Ma il prezzo del “ti spiego tutto dopo” è molto più alto di quanto si pensi.
Il nuovo collaboratore che entra senza un percorso chiaro fatica a orientarsi. Impiega più tempo a capire come funzionano i processi, a imparare gli strumenti, a costruire relazioni con i colleghi. Questo rallentamento si traduce in produttività persa nelle prime settimane e, spesso, in errori che generano correzioni e rielaborazioni continue. Non è solo il nuovo assunto a pagarne le conseguenze: anche i colleghi e i manager finiscono per dedicare tempo extra a colmare i vuoti di informazioni, sottraendo energie ad attività a maggior valore aggiunto.
C’è poi un costo meno visibile, ma ancora più impattante: la motivazione. Un collaboratore che si sente lasciato solo o che percepisce disorganizzazione già al suo ingresso rischia di non legarsi mai davvero all’azienda. La fiducia iniziale si logora velocemente e il rischio di abbandono precoce cresce. Sostituire una persona persa dopo pochi mesi è molto più oneroso che investire fin dall’inizio in un onboarding strutturato.
Pensare all’onboarding come a un processo e non come a un evento isolato cambia radicalmente la prospettiva. Non si tratta di concentrare tutto in un giorno, ma di accompagnare il collaboratore nelle prime settimane con momenti chiari e progressivi. Conoscere la mission e i valori aziendali è importante, ma non basta. Servono formazione mirata, affiancamento pratico, confronto costante. Anche piccoli gesti, come la presenza di un “buddy” o mentor, fanno la differenza: avere qualcuno a cui rivolgersi riduce l’insicurezza e accelera l’integrazione.
I dati lo confermano: un onboarding ben progettato riduce il turnover, accorcia i tempi per raggiungere la piena produttività e rafforza il coinvolgimento delle persone. È un investimento che paga, perché crea basi solide per la relazione tra azienda e collaboratore.
Concludendo, l’onboarding non è un giorno di benvenuto e non è un “ci pensiamo dopo”. È una leva strategica che, se gestita con attenzione, trasforma l’ingresso in azienda in un’opportunità di crescita per entrambe le parti. Le PMI che riescono a vederlo in questi termini non solo riducono i costi occulti, ma costruiscono team più forti, motivati e orientati ai risultati.



